Questo il tema della tavola rotonda che si è tenuta in Università
Cattolica, a Milano, giovedì 29 ottobre.
Era l’ultimo incontro
di un ciclo sulle tante forme che assume oggi la violenza contro le donne,
organizzato dalle associazioni
DonneInQuota e
Amiche di
ABCD, con il sostegno della
Provincia di
Milano e dei
comitati per le pari opportunità delle
università Statale e Bicocca. Articolato in quattro momenti di
confronto e dibattito (che hanno avuto luogo, nell’ordine, in
Statale, dove si è parlato di violenza legale e psicologica, in Bicocca, di
quella, doppia, verso le donne migranti, e in Bocconi, delle discriminazioni di
carriera e remunerazione), si è concluso in Cattolica con
la violenza
nella comunicazione. Hanno parlato tre sociologi (Lucia
Ruggerone, Ambrogia Cereda, Marco Pedroni) e la filosofa Cristina Zaltieri.
Si sono proiettate e commentate immagini (spezzoni del filmato ‘Il corpo
delle donne’ di Marco Malfi e Lorella Zanardo, e cartellonistica stradale,
fotografata con tenacia archivistica per 25 anni da Ico Gasparri) che mostrano
in modo evidente, e avvilente, quale ruolo subalterno e poco dignitoso sia
riservato alle donne. Sempre nel corso dell’incontro, moderato da
Arianna Censi, consigliera provinciale delegata alle politiche
di genere nella passata legislatura, si sono anche presentati i primi
risultati di una
ricerca internazionale a cui ha partecipato il Centro
per lo studio della moda e della produzione culturale della Cattolica.
La ricerca, relativa
all’impatto delle pubblicità di moda sulle ragazze
tra i 18 e i 24 anni (quasi 3.000 i questionari compilati in pochi
giorni in Italia, segno dell’interesse che suscita l’argomento) ha fornito lo
spunto per ragionare su un tema d’attualità: le immagini di moda, oggi così
pervasive, influiscono sulla percezione di sé? Molti studi, condotti
soprattutto in America e in Gran Bretagna, sostengono che queste
immagini svolgano un ruolo didattico, insegnino cioè alle ragazze come
costruirsi un aspetto che ne aumenti l’autostima. Le pubblicità di moda non sono
dunque solo rappresentazioni, magari enfatizzate, dei canoni contemporanei di
bellezza e di stile (e che stile! Le stesse ragazze intervistate giudicano molte
foto decisamente ‘volgari’) ma, almeno in parte, li condizionano, l’impongono.
Ci siamo chiesti allora come e quanto l’importanza attualmente
attribuita all’estetica del corpo influenzi umori e comportamenti.
Non poco, se alla domanda ‘Ti piacerebbe assomigliare ai modelli della
pubblicità di moda?’ la somma delle risposte ‘abbastanza’, ‘molto’ e
‘moltissimo’ raggiunge il 71,2%. Se si chiede poi di rispondere a quest’altra
domanda: ‘Pensi che la pubblicità delle marche di moda ti condizioni
nell'accettazione del tuo corpo e nelle relazioni affettive?’ è vero che il 50%
risponde ‘no’ o ‘poco’ (ma il 7,2% risponde ‘molto’) però, nello stesso tempo,
l’87% delle intervistate ritiene che gli altri, bambini, ragazzi o uomini, ne
vengano invece influenzati ‘abbastanza’ o ‘molto’. Ci si può
consolare con la risposta alla domanda ‘Se potessi scegliere, quali di queste
caratteristiche vorresti avere?’ Le risposte più frequenti sono ‘successo
nel lavoro’ e ‘intelligenza’, l’ultima ‘essere sexy’. Ma alla
domanda ‘Ti piace circondarti di persone belle?’ il 68,3% risponde, più o meno
decisamente, di si. Bisognerebbe invertire la rotta. Tra le iniziative recenti
segnalo la nascita
dell’Associazione
Protocollo contro la pubblicità sessista (
pcps@fastwebnet.it) che si propone di
diventare uno strumento di partecipazione attiva per una vera e propria campagna
di civiltà.
Non è accettabile che una donna consideri l’aspetto fisico la
precondizione indispensabile per affermarsi (guardandosi intorno sembra che
tante, pur non ammettendolo a parole, ne siano convinte). Alle bruttine
con qualche ambizione pare non resti che affidarsi a tutti i tipi
possibili di cure estetiche. Anche la senatrice Marilena
Adamo, nel suo intervento di chiusura, si è dichiarata disponibile a
impegnarsi: bisogna trovare una strategia efficace per opporsi a questa
forma di malcostume. Si spera che il dilagare di rappresentazioni e
condizionamenti mortificanti per le donne trovino davvero presto un argine,
dentro e fuori il palazzo.