Le recensioni delle nostre
lettrici di Wendy Regia: Pupi Avati Cast: Claudio Santamaria, Vittoria Puccini, Paolo Briguglia, Johnny Dorelli, Augusto Fornari, Enrico Salimbeni, Manuela Morabito, Eliana Miglio Ma quando arrivano le
ragazze:con questo titolo Pupi Avati vuole dare un tempo alla storia
che viene a raccontarci, che è il tempo della giovinezza dove le esperienze d'amore assumono il significato della crescita. Questo riferimento temporale rimanda, pero', a problematiche piu' ampie, quelle relazionali (rapporto genitori-figli,rapporti tra coetanei) e di autoaffermazione(individuazione del proprio percorso di vita, in un'altalena tra passioni e opportunita').
L'intreccio che viene presentato tra due amici ( Gianca interpretato da Paolo Briguglia e Nick dal bravo Claudia Santamaria) che si conoscono nel 1994 a Perugia durante lo stage per giovani musicisti di Umbria Jazz. e le loro passioni (la musica e le ragazze), diventa complesso perche' tocca ambedue le sfere: entrambi ambiscono realizzare nella vita lo stesso sogno professionale e tale coincidenza finisce per coinvolgere anche la loro sfera emotiva nell'interesse per la stessa ragazza.
E' l'eta' delle incertezze dove le passioni tendono a prevalere sulla razionalita', ma il tutto si ricompone alla fine in un aggiustamento che implica compromessi e rinunce, su cui prevale, pero', il diritto di chi possiede il talentoad emergere, anche in una logica spregiudicata di strumentalizzazione degli altri. La passione, autobiografica per il regista,è la musica:la musica il tema del film, la musica come sfondo, la musica come motivo di incontro, di complicita',di competizione, ed infine come causa dell'allontanamento... Il secondo tema, quella amoroso, vede Francesca (Vittoria Puccini) una delle 11 ragazze piu' belle di Bologna, come la definisce uno dei protagonisti,Gianca, che si inserisce nel rapporto tra i due amici in modo ambiguo, diventando vittima di se stessa e dell'altrui cinismo. L'ambientazione è quella di Bologna,con i suoi portici e le sue torri, i locali alternativi e i quartieri della gente bene, con la sua cordialita' e la sua tipica vitalita' godereccia, ma anche con il provincialismo di certi ambienti... Il clima sfumato del film, per la delicatezza con cui le passioni e le emozioni sono vissute, si eleva a toni lirici con l'apparizione delle comete,misteriose e prodigiose come il talentoche illuminano la volta celeste, la percorrono per poi allontanarsi...solitarie. Bravi tutti i giovani attori sia nella parte di protagonisti che di personaggi secondari...Fra tutti brillaper bellezza, eleganza,dolcezza e migliorata capacita' interpretativa Vittoria Puccini...E' una cometa? Incontro con Pupi
Avati di Letizia
Incontro con Pupi Avati il 18
febbraio al Cinema Astra di Parma. Presente in sala con lui, il batterista Francesco Salimbeni E' stata una bella idea quella di andare all'incontro con Pupi Avati. Chiedersi chi sarà a intervistarlo è completamente inutile perché fa tutto da solo. E' simpatico, un bolognese doc, con i pregi e i
difetti di tutti i bolognesi doc. Ad Avati piace scherzare e gli sono bastate
poche battute per avere l'attenzione di tutta la sala. Ha cominciato chiedendo
di scendere dallo sgabello su cui era appollaiato. Non è alto, ma credo che si
senta più a suo agio in piedi. A modo suo è un dominatore. D. E' un film autobiografico ? R. Sì e racconta l'esperienza di chi si accorge ad un certo punto di essere dotato di grande passione, ma non di grande talento. E' doloroso scoprirlo, ingiusto. Sto parlando di Bologna tra gli anni '50/60, una città provinciale dove ogni evento era vissuto collettivamente, dove il jazz, una jam session era come fare a cazzotti. Il jazz è molto competitivo, c'è chi è più bravo, chi lo è meno. Ero considerato il miglior clarinettista della città, suonavo in un'orchestra di ginecologi, potete immaginare le parole che usavamo. Un giorno uno mi dice 'vai alla fonderia, c'è un gruppo che suona' e lì in mezzo a quel gruppo c'era Lucio (Dalla) e anche lui suonava il clarinetto. Metteva le mani sullo strumento all'incontrario. Dopo un mese il capo dei ginecologi mi dice 'potremmo fare dei pezzi con due clarinettisti' e io gli rispondo 'mi sembra basso, immaturo' e intanto mi stava sempre più vicino e suonicchiava sempre meglio.
Allora vado dal Maestro Mazzini, in Via Rimosella, il mio maestro e giù a studiare di nuovo. Facevamo concerti in tutt'Europa e un giorno a Dusseldorf, ho capito che era bravo, molto più bravo di me e ho cominciato ad odiarlo e a desiderare la sua morte 'AVEVA UCCISO IL MIO SOGNO'. E poi andiamo a Barcellona, 'avete presente Barcellona, la Sagrada Familia?' Bene, lo porto a fare un giro in taxi lì sotto e gli dico 'Lucio, voglio farti vedere Barcellona dall'alto' e dopo essere saliti mi dice 'Grazie Pupi' senza rendersi conto di avere di fianco a sé il fiato dell'assassino. Poi si volta, mi guarda, capisce e mi dice 'Pupi, ma sei scemo!'
Così capii la differenza fra passione e
talento. D. Perché lo sconfitto racconta meglio del
vincente? Seconda domanda. R. Perché ha più informazioni. Lo sconfitto centellina minuto per minuto la sua amarezza e così facendo vede e impara. L'umanità è in gran parte composta da persone rassegnate che accettano passivamente professioni che non piacciono, senza cercare di mettere a frutto il proprio talento. Ognuno è portatore del talento, potrei dire che ognuno di noi è prescelto. Si tratta di trovare ciò che va bene per noi, ma bisogna cercarlo. Se avessi conosciuto allora l'Avati di oggi mi sarei evitato almeno 12 anni di barcollamento. Dopo 4 anni passati come direttore alla Findus, una sera vado al cinema e vedo 8 e mezzo di Fellini. E' stato così che ci siamo accorti di che cos'è un regista. Dopo il film siano andati al Bar Margherita a Porta Saragoza, ne abbiamo parlato. Dopo quella sera ho provato a fare cinema e lì ho trovato rispondenza. E non ho portato più nessuno sulla Sagrada Familia Provate a immaginare l'abdicazione ad ogni sogno. E'
terribile. Per questo vado nelle scuole più per parlare della differenza tra
passione e talento che di cinema. La società sarebbe migliore se tutti e a tutte
le età si ponessero questa domanda. D. Perché questo titolo 'Quando arrivano le
ragazze?' ti piace così tanto? R. Non ho mai trovato un titolo così bello, d'ora in avanti chiamerò tutti i miei film così. Che cosa c'è di più bello che chiedere 'Ma quando arrivano le ragazze?'. Paolo Borgato, un mio amico aveva uno smoking e ogni sabato pomeriggio, si metteva lo smoking e ci invitava a casa sua. C'erano le ragazze belle, quelle che non si potevano toccare, mentre le brutte quelle sì che si potevano toccare. In fondo alla stanza c'era la più bruttina della festa, dall'altra parte c'ero io che sapevo che era destinata a me. E lei sapeva che ero destinato a lei, sapevamo insomma nonostante la ripugnanza reciproca di essere destinati. Quelle festine sono state la mia università, ero un osservatore attento, timido…tutto è nato da lì. Ho un
conto aperto con quella stagione della mia vita, sono ancora loro i miei
referenti. Mi è capitato (da grande) di andare alla ricerca di quelle ragazze
che non mi hanno voluto, un elenco lunghissimo. E' stato un grandissimo errore.
Non bisogna andare a frugare nel proprio passato, bisogna vivere dei
ricordi. D. Se questo è un film di ricordi, perché
ambientarlo negli anni novanta? R. Perché non cambia nulla di sostanziale. Le ragioni per cui siamo felici o infelici sono le stesse di quelle dei miei figli che hanno trent'anni. Prima di salutarvi vi racconto qualcosa su Fellini che oltre ad avermi aiutato a diventare regista è diventato mio amico negli ultimi anni della sua vita, quando era in guerra con sé stesso perché tutti gli parlavano dei suoi film del passato. Mi aveva invitato insieme ad un gruppo ristretto di persone ad una proiezione privata, di quelle dove si vede il grezzo del film. Eravamo in 9 con Giulietta Masina alla console, di fianco a me Zavoli e cominciamo a vedere il film…per ben tre volte nel corso della proiezione si sente suonare il cicalino, era Fellini che dall'altra stanza chiamava Giulietta per sapere come stava andando e lei che rispondeva 'Piace sì, piace…stai tranquillo' oppure 'Hanno riso sì, hanno riso tutti, lì sì, anche dopo sì…'. Questo di fronte a 9 persone in piena sudditanza psicologica, che avrebbero detto qualsiasi cosa pur di fargli piacere.
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