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Good Night, and Good Luck di Pascali Roberta
L'ultimo film di George Clooney, attore e regista

 


L'argomento scelto è di quelli delicati e spesso dibattuti: le prime battaglie del giornalismo televisivo, agli inizi degli anni Cinquanta, durante l'epoca del maccartismo.

 

La forma è molto sofisticata, con un bianco e nero di grande effetto perfettamente in linea con la trovata alla base del film di fare interagire la finzione con la realtà. Il senatore Joseph McCarthy, presidente della “Commissione per le attività antiamericane, responsabile delle cosiddette “liste nerecontenenti i nomi di simpatizzanti comunisti, è infatti interpretato dal vero Joseph McCarthy, attraverso spezzoni di filmati dell'epoca.

 

Il film, girato tutto in interni, è giocato prevalentemente sul contrasto tra lui e il giornalista Edward R. Murrow (David Strathairn, premiato a Venezia per il suo carisma), portatore di un punto di vista coraggioso sul ruolo del cronista, attuale allora come oggi, cioè colui che dovrebbe informare il pubblico senza i vincoli di condizionamenti politici ed economici.

 

George Clooney si affida ai documenti e ai materiali di repertorio, primi fra tutti le trasmissioni della CBS, ivi compresa quella condotta da Murrow (See it now) e alle registrazioni filmate degli interrogatori della commissione presieduta dal senatore McCarthy per costruire il suo amaro apologo sulla fine della libertà di stampa, un’elegia della televisione come mezzo di trasmissione della verità e non di manipolazione e falsificazione.

 

In linea con lo spirito ed il modus operandi del cinema militante e liberal anni Settanta, al fine di coinvolgere lo spettatore conducendolo per mano nelle stanze segrete del potere, il regista opta per la ricostruzione “finzionale non per piegare il “vero alle esigenze del racconto ma per colmare, immaginificamente ed allo stesso tempo verosimilmente, il vuoto del non visto, del non o poco documentato, ampliando l’orizzonte della visione e del sapere attraverso il ricorso al possibilmente veridico, al “più che ipotetico. Lo studio televisivo diventa allegoria di uno spazio mentale, ipostasi di una coscienza critica che non accetta l’inaccettabile, è lo spazio in cui si barricano i resistenti e da cui vengono lanciati messaggi inconsueti, che contraddicono le “verità imposte dall’alto.

 

Il vero Murrow, che si intravede sugli schermi televisivi dello studio della CBS, può convivere col suo alter ego cinematografico, il notevolissimo David Strathairn; gli occhi di ghiaccio del vero, viscido, psicotico “cacciatore di comunisti trasudano un’abiezione morale che si scontra con lo sguardo fermo ed impenetrabile del “finto Murrow e dei suoi complici. Sguardo eloquente quanto le parole cariche di indignazione pronunciate dagli uomini che costituisco il nocciolo duro di quell’America sana ed autenticamente democratica che, ieri come oggi, si sente tradita, ingannata.

Quella di Clooney, oltre che un’opera matura e di stringente attualità – basterebbe sostituite i “nemici del passato con i “nemici del presente, ed i discorsi del senatore repubblicano verrebbero terribilmente a coincidere con quelli di chi, oggi, tiene in mano le redini del mondo nella lotta contro il Male che minaccia la libertà – è una straordinaria “lezione di vero in cui, dall’incontro tra fiction e non fiction, si palesa lo splendore della verità.

 

Il regista ci regala un film sobrio e rigoroso, quasi giansenista nel suo rifiuto della spettacolarizzazione, tanto cristallino nella sua geometrica scansione degli eventi (la seguente successione degli episodi si ripete con pochissime varianti nell’arco dei 90 densissimi minuti, quasi a voler conferire al mestiere del “vero giornalista una sacra e laica ritualità: riunione mattutina dei redattori del programma, preparativi per la messa in onda, diretta della trasmissione, commenti e riflessioni del “dopo diretta, canzone jazz che fa da chiosa alla giornata) quanto accorato e sincero nella minuziosa, lucida ed implacabile disamina delle falle del sistema democratico americano, dei “buchi neri rimossi della coscienza troppe volte ottenebrata di un popolo che si (ri)scopre debole e a cui non basta sentirsi augurare la buona notte prima di coricarsi.

 

Teso, asciutto, tagliente, Good Night, and Good Luck è un film di una densità linguistica e di una concentrazione (est)etica letteralmente impressionanti. Il clima di sospetto e l’atmosfera di terrore imperanti negli Stati Uniti degli anni ’50 - sfruttati dal senatore del Wisconsin McCarthy per la sua ossessiva crociata anticomunista - spiccano agli occhi dello spettatore con un’intensità e un’icasticità davvero dislocanti. Isolato nella sua dimensione agonistica, il braccio di ferro tra Edward R. Murrow e Joseph McCarthy acquista una pregnanza metaforica e una trasferibilità semantica pressoché assolute, non solo tollerando, ma addirittura incoraggiando una lettura ancorata alla contemporaneità. Lucidamente funzionali all’esemplarità del taglio semidocumentaristico risultano le scelte di sceneggiatura: il sorvegliato ricorso al materiale d’archivio (interviste, testimonianze e dichiarazioni) e l’esclusione della fase dell’inchiesta giornalistica vera e propria (il “farsi dell’informazione) assicurano da una parte l’aggancio alla realtà storica, sollecitando dall’altra l’attualizzazione del discorso filmico.
 

io non ci sto: per una tv libera dagli stereotipi
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