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CANCRO, LE DONNE PIU BRAVE NEI CONTROLLI! II di Cinzia Ficco
Testamento Biologico
In Italia lei per primo ha avviato il discorso sul testamento biologico. E il vuoto legislativo sarà colmato dal ddl Calabrò. Secondo lei non c'è niente da salvare in quel provvedimento che divide gli schieramenti politici?
Non saprei cosa salvare. Purtroppo è una legge sul Testamento Biologico che cancella il Testamento Biologico. Le direttive anticipate nascono per poter rifiutare la vita artificiale, ma il ddl nega questa possibilità, impedendo al cittadino di dire no ad alimentazione e idratazione forzate. Una legge che si autocontraddice è obiettivamente difficile da recuperare.

Non pensa che sia abbastanza difficile stabilire con precisione quando l'alimentazione forzata diventa accanimento terapeutico e quando, negandola, diventa eutanasia?
Innanzi tutto il termine “accanimento terapeutico'' è una contraddizione di termini, perché accanirsi è un'azione violenta mentre il curare è un'azione di amore. Bisognerebbe parlare di ostinazione alla cura o, all'inglese, di overtreatment''. Comunque, al di là delle parole, i limiti dipendono da caso a caso e dovrebbero essere stabiliti in rapporto alla volontà della persona malata, oltre che in rapporto al suo progetto di vita. Bisogna tenere presente che l'alimentazione forzata è comunque un trattamento medico, che infatti può essere somministrato solo da personale competente. La decisione su quando interrompere una terapia non deve essere del medico ma, se cosciente, del paziente, di cui il medico deve, con un dialogo attento e amorevole, capire la volontà.

Secondo lei cosa c'è dietro il ddl Calabrò, cioè l'obiettivo ultimo?
L’obiettivo è quello di affossare il Testamento Biologico.

L'associazione dei medici cattolici parla di una visione economicistica del servizio sanitario che ha portato ad un'accelerazione del lavoro e ad una minore attenzione al malato.
Cosa ne pensa?
È vero, è successo con la creazione di Aziende Sanitarie Locali e con il processo di aziendalizzazione degli ospedali. Definire azienda un ospedale vuol dire dare priorità agli aspetti budgetari e non a quelli medico-scientifici. Certamente è importante che un ospedale sia correttamente gestito in termini economici ed amministrativi. Tuttavia, se questa preoccupazione per il bilancio economico non è accompagnata da un profondo insegnamento di corretto comportamento professionale e di aggiornamento scientifico, si creano le basi perché il medico, psicologicamente, veda l’ospedale e tutta la sua attività in un’ottica economicistica, inevitabilmente disumanizzata.

Cosa risponde alla deputata del Pdl Melania Rizzoli, medico, che dice: “Il medico ha il compito di curare, custodire la vita, non sopprimerla?''
Che ha assolutamente ragione. Aggiungo però che oggi il medico ha anche il compito di tutelare i diritti del malato, fra cui il diritto a vedere rispettate le proprie volontà.

Crede ai miracoli, cioè alle malattie inguaribili che scompaiono? No, parlo di risultati positivi della scienza.

Medici e obbligo di denuncia dei clandestini: secondo lei non è altrettanto importante garantire la sicurezza pubblica?
Il medico non è un poliziotto. Il rapporto di cura è regolato, oltre che dalle leggi dello Stato, da un preciso codice deontologico che tiene conto degli aspetti etici e umani, tra cui la segretezza del rapporto. Con questo ddl viene chiesto al medico di violare questo codice, oltre che il giuramento d'Ippocrate, che sin dai tempi degli antichi Greci sancisce la fedeltà del medico ai principi universali della medicina. I medici, come gli avvocati e i sacerdoti, sono legati al segreto assoluto circa ciò che viene loro svelato nell’ambito del rapporto con il paziente, il cliente o il fedele. Un medico che viola la privacy del suo paziente tradisce se stesso, la sua missione, e potenzialmente crea un danno alla società, perché se i clandestini rinunciano a farsi curare si crea un grave problema sanitario.
 
 
Tornando alle possibilità di sconfiggere il cancro, pensa che se non ci fossero divieti nella ricerca sulle staminali embrionali si potrebbero fare altre scoperte sul cancro?
Sul cancro in particolare direi di no. La funzione delle cellule staminali è infatti quella di rigenerare tessuti e non di distruggerli. Le tecnologie che utilizzano la clonazione delle cellule staminali somatiche vengono già usate nella terapia avanzata del cancro per riparare gli effetti collaterali dei chemioterapici, soprattutto nei pazienti affetti da tumori del sistema linfatico o del sangue.
Invece, per il cancro?
In oncologia sono invece allo studio le cosiddette “staminali del cancro, non come possibilità di riparazione, ma come bersaglio delle cure. La diffusione della malattia (metastasi) è infatti da ricondurre ad alcune cellule specifiche chiamate appunto staminali tumorali, le sole in grado di migrare in altri organi e di dare origine ad altre cellule malate. È di pochi mesi fa la scoperta, ad opera del Professor Pelicci e del suo team di ricerca, della strada per eliminarle Finora infatti le terapie anti-tumorali si focalizzavano sulle cellule proliferanti, considerate le vere responsabili del cancro, mentre sfuggiva alle cure quella modesta percentuale di cellule staminali (le madri, appunto) che non proliferavano ma erano in grado di sopravvivere al danno e di far crescere il tumore. Ora la ricerca si dedicherà all’identificazione di farmaci intelligenti che riescano ad attivare un meccanismo di autodistruzione delle cellule della leucemia, trasformandole in cellule capaci di invecchiare. Questi farmaci permetteranno di intervenire a uno stadio abbastanza precoce del tumore e anticipare così la sua evoluzione. Inoltre agiranno come farmaci-bersaglio, colpendo solo le cellule tumorali e risparmiando i tessuti sani.
 
Tra ambiente e fattori ereditari, cosa incide di più sull'evoluzione di questo male?
All’origine del tumore ci sono fattori ambientali, comportamentali e genetici. La malattia infatti insorge sempre a seguito di un danno al DNA provocato da una mutazione e tale danno è causato per lo più da fattori esterni. (le mutazioni trasmesse per via ereditaria sono responsabili solo del 5%, dei tumori). Quindi nella maggior parte dei casi le alterazioni del DNA si attivano per effetto di fattori ambientali collegati agli stili di vita individuali. Di questi la ricerca ne ha individuati con certezza alcuni che sicuramente incidono sulla formazione dei tumori: il fumo, l'alimentazione scorretta, l'esposizione a sostanze cancerogene note. Il controllo di questi tre fattori, che attengono al comportamento individuale, ridurrebbe drasticamente l'incidenza dei tumori nel mondo. È ormai universalmente riconosciuto che, evitando alcuni comportamenti, si può impedire l’instaurarsi della malattia. Tanto è vero che la diffusione di stili di vita corretti, come il non fumare e curare l’alimentazione, ha già fatto diminuire la mortalità per tumori spietati come quello del polmone e dello stomaco.
 
Ultima curiosità. terapia del dolore: a che punto si è in Italia?
Ispirandosi al modello britannico, le cure palliative sono riuscite a adattarsi alle diversità culturali e sociali del nostro paese. Si è fatto ricerca, si sono create scuole di formazione, si è testimoniato un nuovo modo di fare medicina che oggi è entrato nelle università e nei collegi infermieristici. È stata modificata la legislazione sugli oppioidi per una loro più facile prescrizione, sono stati stanziati finanziamenti per creare hospice in ogni regione, è stato varato il progetto dell’ospedale senza dolore per ridurre la presenza della sofferenza, soprattutto nei malati cronici, e sono stati attivati programmi universitari di formazione per medici specializzati in cure palliative. Tuttavia in Italia il punto di partenza è di profonda arretratezza rispetto agli Stati Uniti e alla maggior parte dei paesi europei. Qualche dato: gli hospice italiani sono 20 contro i 250 del Regno Unito; non esiste un DRG per il ricovero presso un’Unità di Cure Palliative; solo una minima percentuale di ospedali è riuscita a creare un’Unità di Cure Palliative.

E quindi?
Rimane da smontarne la mitologia che vede gli oppiodi come farmaci dagli effetti collaterali disastrosi, da somministrare solo in casi estremi. L’Italia è ancora in coda in Europa per l’uso della morfina, e si è creato un vero “mercato del dolore, perché l’industria farmaceutica produce (e i medici usano) molti analgesici più costosi e meno efficaci della morfina. Così i malati terminali continuano a soffrire invece di ricevere il medicinale che si è finora dimostrato il più adatto a dare sollievo. Per alleviare il dolore occorrono dunque altre risorse umane e organizzative, ma soprattutto risorse culturali, per superare da un lato l’atteggiamento di rassegnazione del malato e dei suoi familiari che vedono il dolore come una realtà ineluttabile e dall’altro l’atteggiamento del medico che lo considera come una sconfitta professionale da dimenticare.

E veniamo alla sua forma brillante e ai suoi 83 anni.
Mangio poco, sono vegetariano, penso molto e tengo la mente in esercizio.
 
 
 
io non ci sto: per una tv libera dagli stereotipi
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