Storie di donne, dal mondo in Italia. Sono state raccontate e scritte in un libro presentato durante la fiera del Libro di Torino. Ce ne parla l'ideatrice Daniela Finocchi.
Come è nata l'idea tre anni fa di lanciare questo concorso? E da questa di farne un libro? Il Concorso letterario nazionale Lingua Madre è giunto alla IV edizione ed è nato nel 2005. Seguivo in quell’anno, come di consueto, la Fiera Internazionale del Libro per conto del settimanale Grazia (sono una giornalista) e mi venne chiesto di pensare ad un concorso collegato alla manifestazione da proporre alle lettrici. Tra le diverse proposte, feci anche quella di un concorso letterario rivolto alle donne straniere. La direzione del giornale scelse poi un’altra idea (frasi brevi da inviare in sms sul sogno, quell’anno tema portante della Fiera). A me però spiaceva abbandonare l’idea delle donne straniere e di chiamarle a scrivere in italiano (perché la lingua è anche “pensiero''), non esisteva ancora nulla del genere (alcuni concorsi esistevano ma non specificamente rivolti alle donne e non in italiano) e poi mi sembrava ''importante “dare voce. Il dibattito sull’immigrazione, infatti, è diffuso, sia in ambito politico sia nel vivere quotidiano. Se ne parla, se ne discute, se ne scrive molto. Più raramente però la parola viene data alle/ai dirette/i interessate/i. In particolare, alle donne che nel dramma epocale dell’emigrazione/immigrazione sono discriminate due volte . Di loro si parla, appunto, ma non gli si dà voce. Besa Mone, autrice albanese, che scrive creando singolarissimi paralleli matematici, conclude il suo racconto “L’infinito limitato'' scrivendo: “A mia madre è stato tolto il diritto di scegliere perché viveva in un sistema totalitario; a me è negato, perché vivo in un sistema democratico? Ma allora quale sarebbe il sistema dove certi diritti non vengono negati.'' Creare un’opportunità mi sembrava, quindi, importante. Proposi allora l’idea alla Fiera del Libro e quindi alla Regione Piemonte che l’accolsero subito e così partimmo. Ma i testi sono stati pesantemente rivisti? I testi non vengono mai rivisti, mai si interviene neanche minimamente sulla struttura e sul racconto. Al limite vengono corretti gli errori grammaticali, refusi che possono essere ricorrenti anche a causa della lingua d’origine (per esempio l’uso inappropriato delle doppie dallo spagnolo). Certo, può essere difficile esprimersi in italiano scritto quando la propria lingua materna è il vietnamita, l’arabo o il bengalese. In questo caso si può cercare aiuto: una donna italiana disposta ad assistere l’autrice nella stesura. La ricerca di questa assistenza è ammessa e incoraggiata dal regolamento del concorso e non è affatto una perdita sul piano identitario. Al contrario, è proprio nella relazione che l’identità si afferma in modo positivo e non preclusivo. Tra gli elementi che caratterizzano il concorso va dunque ricordata la valorizzazione dell’intreccio culturale che è prima di tutto intreccio relazionale. Le donne sono chiamate a scrivere in italiano perché l’Italia è il paese di residenza e il luogo dove il concorso è bandito, quello dove ora vivono, lavorano, magari si sono sposate ed hanno avuto dei figli. Non va letto come una forzatura. In fondo le donne sono abituate ad esprimersi in una lingua straniera perché da qualsiasi paese provengano, a qualsiasi cultura appartengano la “lingua che utilizzano non è la loro ma è quella dei padri'', quella della “ cultura patriarcale''. Le donne allora, potremmo dire, sono abituate ad esprimersi in una lingua straniera, nel senso che gli è “ estranea'', che non gli appartiene, in quanto storicamente emarginate dalla cultura con la “ c maiuscola''. Non è un caso che Igiaba Scego (ormai nota scrittrice “somala di origine, italiana per vocazione'', come ama definirsi) abbia coniato il termine dismàtria per indicare il dis-patrio femminile, poiché il legame che lega le donne alla terra d’origine è quello materno ed esiste una peculiarità femminile di vivere la lontananza, l’esilio forzato, l’identità sospesa. Non più patria, quindi, ma màtria. Per tutte. Tutto ciò senza contare le possibili sperimentazioni cui questo può dare origine, quelle “ interlingue in cui, per esempio, l’autrice emergente Cristiana de Caldas Brito è uno splendido esempio col suo miscuglio di italiano e portoghese, che innova e rende il linguaggio italiano straordinariamente vivo. Un esercizio cui altre lingue sono soggette da tempo, pensiamo all’inglese che si è frammentato in tanti dialetti dallo Spanglish degli USA al Franglais del Canada al Block American English, ma che con l’italiano inizia solo ora. Un nuovo studio di ricercatori inglesi (Mark Pagel-Università Reading) pubblicato su Science a marzo sostiene che le singole lingue si evolvano in modo simile a quanto succede per le specie animali. La Caldas Brito spiega come il migrante consideri la nuova lingua del paese che lo ospita di serie B e non la usi per esprimere i suoi sentimenti. Poi le cose evolvono, si scoprono termini che servono non solo per comunicare, ma anche per creare. Infine, l’italiano diventa la lingua scelta, si fa pensiero e si può arrivare persino a giocare con le parole, cambiandole, condensandole, inventandone delle nuove. |