In occasione del convegno Donne e lavoro: è tempo di crisi
organizzato dalla Provincia di Milano, abbiamo intervistato Elena
Corsi, vicepresidente di Gender
e ricercatrice che svolge da molti anni attività di ricerca
sui temi del lavoro con una particolare attenzione alle problematiche legate al
genere. Parallelamente all’attività di ricerca svolge attività di formazione e
animazione di tavoli su tematiche connesse ai temi della conciliazione, della
valorizzazione delle competenze femminili e del superamento degli stereotipi di
genere in ambito lavorativo e scolastico. Dal maggio 2007 è vicepresidente di
Gender.
Elena, ci puoi parlare dei risultati venuti fuori dalla vostra
ricerca? L’analisi presentata al Convegno “Donne e lavoro: è tempo
di crisi, svoltosi a Milano il 10 dicembre 20009, si basa sulla lettura dei dati
amministrativi relativi a tutte le segnalazioni di assunzione effettuate dalle
imprese e dai soggetti economici e non (famiglie) in provincia di Milano nei
primi 10 mesi del 2009, con alcuni confronti con lo stesso periodo dell’anno
precedente. Si tratta di una base informativa fondamentale che non
restituisce il quadro di tutte le occupate sul territorio, bensì
“racconta'' di quante donne e quali sono entrate nel mercato del
lavoro, quanto ci sono rimaste, in che settore e con
quali qualifiche hanno lavorato.
Perchè avete deciso di dare questo taglio alla
ricerca? Questo spaccato è tanto più interessante in un momento
difficile quale quello attuale, nel quale appare di fondamentale
importanza monitorare gli effetti della crisi anche per cercare di comprendere e
intravedere cosa si troverà e dove dovranno intervenire in modo prioritario le
politiche per il lavoro e l’occupazione man mano che quest’onda dirompente si
andrà ritirando.
Qual'è l'impressione principale che scaturisce dalla lettura
di questi dati? Che, se il mercato del lavoro femminile ha subito
certamente una diminuzione in termini di volume della domanda, d’altra parte non
sembra aver perso i tratti che lo hanno caratterizzato fino ad ora, anzi li ha
forse accentuati e cristallizzati. Andiamo con
ordine: le donne assunte in provincia di Milano nel 2009 sono state 187.445, con
un calo del 14,5% rispetto all’anno precedente. La
componente maschile del mercato del lavoro mostra un calo ancora superiore in
termini di lavoratori avviati (-18,6%), il che sembra evidenziare una migliore
tenuta delle donne in termini di presenza. Diverse sono le cause di questo
risultato, prima fra tutte una decisa minore presenza della
componente femminile nell’industria (il settore maggiormente e più
duramente colpito dalla crisi anche in termini di occupazione) e una netta
prevalenza, al contrario, nei servizi, e in particolare in quelle attività che,
almeno dal punto di vista puramente numerico, sembrano “tenere'' un po’ di più.
Mi riferisco, in particolare ai servizi alla persona e all’istruzione.
Questa la buona notizia, la resistenza. Se però
andiamo a scandagliare quanto e come queste donne hanno lavorato emerge in modo
piuttosto evidente tutta la fragilità che caratterizza l’occupazione
femminile. Una fragilità che si traduce nell’esacerbarsi di alcuni
tratti ben noti del lavoro delle donne: la crescita del lavoro
parasubordinato (i contratti a progetto e le collaborazioni),
all’interno del quale predominano nettamente le lavoratrici dei call centre, la
crescita dei contratti atipici, la crescita del part time, la
concentrazione in alcuni settori ad elevata femminilizzazione
(commercio, servizi di bassa qualifica alle imprese, servizi di cura).
Tutto questo con una durata dei contratti di lavoro molto bassa, e stimabile in
un periodo non superiore ai 90gg in un anno.
E allora? Se si mettono insieme queste tessere il
quadro che appare pone dunque più di un elemento di criticità e di riflessione:
le qualifiche più elevate (tecniche e impiegatizie) sono spesso
associate a contratti di lavoro atipici; il lavoro atipico, a sua
volta, è anche un lavoro part time in oltre il 60% dei casi; la presenza sul
mercato del lavoro in termini temporali appare più come un passaggio che come
una permanenza.
E non si può sottovalutare quanto la
discontinuità lavorativa generi incertezza, redditi bassi e spesso anche
sottooccupazione. Se le donne, mediamente più istruite degli
uomini, motivate a tradurre in occupazione e professionalità l’investimento
fatto nella formazione, deputate a sostenere un incremento demografico in
assenza del quale l’invecchiamento progressivo della popolazione è destinato ad
aumentare in misura esponenziale, identificate come il motore della nuova
economia non vengono dunque sostenute con delle politiche adeguate e soprattutto
una cultura d’impresa attenta a valorizzare piuttosto che penalizzare le risorse
femminili, il rischio è quello che si produca un effetto di
scoraggiamento che spesso le spinge all’allontanamento dal mondo del lavoro con
la conseguente perdita di professionalità e potenzialità.
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Gender, società attiva a Milano dal 1986, promuove la
cultura di genere nelle organizzazioni pubbliche e private e nei contesti
sociali attraverso lo sviluppo di analisi gender oriented, la costruzione di
strategie di pari opportunità, empowerment e mainstreaming, e attraverso
l'implementazione di sistemi di governo partecipato a livello territoriale. Tali
attività si sviluppano attraverso l’attenzione e la valorizzazione delle
specificità di cui sono portatori i soggetti attori e/o destinatari degli
interventi, con una particolare considerazione delle differenze legate al
genere. |