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Gli Esami di Stato e l'”effetto farfalla” di Maria Grazia Tundo
Quando le competenze arrivano alla verifica finale. L'esperienza di un insegnante.


di Maria Grazia Tundo , insegnante d'inglese di un liceo scientifico pugliese.
 
Ho deciso di scrivere questa nota perché, come ogni anno, la fine degli Esami di Stato e la pubblicazione dei risultati diventa, per me che sono sempre commissario interno, il vero momento stressante che un mese di ferie non riesce del tutto a neutralizzare.

Sono stata bombardata da email rancorose e aggressive, con minacce di ricorso, per gli esiti dell’esame, da studenti che fino a poche ore prima ti sorridevano fiduciosi.

Non si parla di bocciatura ma si tratta solo di allievi che, convinti di avere fatto un brillante orale, non hanno accettato che la loro prova venisse valutata da una commissione composta in maggioranza da commissari esterni con un voto ritenuto basso ed inadeguato. Temo che ci sia una percezione sempre più distorta della realtà, una fragilità narcisistica pericolosa in queste reazioni che sono sempre più diffuse. Non accettano l’idea che la vita per la prima volta faccia irruzione nelle loro esistenze, con le sue asperità, le sue “ingiustizie (che - purtroppo - sono spesso l’esito del confliggere di punti di vista diversi e non sempre conciliabili).

Parlano nelle loro tesine del caos e dell’effetto farfalla'' e poi non si rendono conto che stanno descrivendo la vita di tutti i giorni e che, con tutti gli sforzi e la buona volontà, in essa si producono non sempre prevedibili effetti a catena…

E allora ecco comincia a dilagare “la scuola del sospetto'', che non è più quella inaugurata dal pensiero critico di Marx, Nietzsche e Freud, bensì una distorsione cognitiva che produce solo l’effetto di distruggere amicizie quinquennali per pochi punti in più ricevuti nell’esame, sotto cui si nasconde l’idea che “quello/a era raccomandato/a'' oppure ha bluffato meglio di me, quindi è un ipocrita''.

Fra tutte le crudeltà che ho letto, ho capito che una cosa sacrosanta mi è stata scritta e la cito integralmente:
''Per grazia divina all'Università funziona tutto in maniera diversa, spero almeno lì di trovare un pò [sic] di professionalità e quella freddezza nei rapporti che non può implicare legami IPOCRITI come quelli intrattenuti con voi in questi anni.''

In effetti la scuola produce un equivoco di fondo: che ci sia legame reale, mentre si tratta solo di idealizzazioni reciproche. Quando l’altro mostra il suo vero volto non onnipotente, è intollerabile., soprattutto perché
la scuola al massimo – se ci riesce – insegna un po’ di cultura, ma non la grammatica e la sintassi delle emozioni.

Come far capire agli studenti che la vita non è un videogioco che puoi resettare a tuo piacere per ricominciare da zero? Come far capire che un mese di studio “matto e disperatissimo'', anche se veramente appassionato, non può compensare cinque anni di impegno scarso e scopiazzatura nei compiti in classe, perché la mancanza di spirito critico si vede e si sente anche nell’uso lessicale impreciso?

Un genitore che davvero ama i propri figli, insegna loro che si può “perdere'' con dignità e senso della misura, pur soffrendone profondamente; sto pensando a meravigliosi ex-studenti e studentesse, che per colpa dell’ “effetto farfalla'' non sono riusciti ad aver il cento/centesimi che – sicuramente – avrebbero meritato a causa dell’impegno profuso in cinque anni e che, addirittura, hanno chiesto scusa a noi professori per aver “deluso le nostre aspettative''.

Ecco dei “beautiful losers'' (che sono i veri vincitori dell’esistenza, poiché considerandosi in qualche modo “responsabili degli eventi, sanno di avere la possibilità di produrre dei cambiamenti) che ringrazio di aver incontrato perché dedico a loro il mio impegno e grazie a loro continuo a non demordere e ad amare il mio lavoro di insegnante.
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(Naturalmente mi assumo tutte le miei responsabilità di docente per gli errori che ho commesso e commetterò, ma davvero onnipotente non riesco ad essere!)
io non ci sto: per una tv libera dagli stereotipi
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