Ogni giorno le cronache ci obbligano violentemente a “farci i fatti
degli altri'' e il più delle volte siamo posti, senza alcun potere, di
fronte a tragedie che la nostra mente fatica anche solo a pensare, perché degne
del peggior orrore e della più profonda pietà.
Quando si tratta di
bambini uccisi, feriti, violentati o maltrattati non ci può essere alcuna
attenuante per i carnefici, chiunque siano, alienati o disadattati, genitori o
sconosciuti, a nessuno deve essere permesso colpire chi è debole e decidere per
la sua vita.
Fin qui tutti d'accordo e nessuno sconto per chi
viola la sacralità di un'esistenza che cresce e che ha diritto di rispetto
e di affezione totale.
Pensiamo ora per un attimo alla
madre di Gela, ad una donna ancor giovane, sola, abbandonata dal
marito, almeno così si legge, senza lavoro quindi senza aiuto nella
sopravvivenza del quotidiano, con due bimbi piccoli, autistici. Vorrei
fare una piccola riflessione insieme ai lettori di Dols su due condizioni, la
prima quella delle tante persone sole, disperate, magari con figli che,
dopo le separazioni o gli abbandoni, sono nella maggior parte, a carico
delle madri, in ogni senso.
Madri che nelle grandi città o nei
piccoli centri della provincia non hanno dove e a chi rivolgersi per trovare
aiuto alla loro condizione di solitudine per riequilibrare o
risolvere una disperazione fatta di paure, ansie per il futuro e mancanze
quotidiane.
Una solitudine acuita sempre più dalla paura del
diverso, dell'imbroglio, della malvagità degli “altri''.
A ciò si aggiunga il bisogno esasperato di essere normali, accettati,
ammirati, per ottenere il rispetto e l'amore degli altri, la non accettazione
del diversamente abile, di chi ha modi “diversi'' dell'esistere e che ha
comunque diritto ad un suo cammino che può rivelarsi felice.
La seconda condizione è su questa società che vive sempre più
di apparenza, di ipocrisia della forma, di finzione di felicità dove
“l'essere'' gode di molta minor considerazione rispetto all' avere'' dove si ha
paura ad ammettere i propri fallimenti e soprattutto si teme il ricominciare da
capo, preferendo a ciò una mediocrità non appagante.
Società questa nella quale accade che giovani donne, alla maggiore
età, chiedano come regalo a genitori, ahimé consenzienti, un intervento di
mastoplastica additiva, per somigliare sempre di più a modelli vuoti di donne
plasticate invece di dedicarsi a potenziare la propria evoluzione personale,
alla scoperta delle diversità profonde tra gli esseri.
Quando si è troppo ripiegati su se stessi e non si regala un po'
del proprio tempo e della propria energia ad altri non si può
divenire civili o altruisti, ma si alimenta un modo nel quale i poveri e
deboli esseri senza protezione pagano, con la loro vita, un disinteresse
comune.
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