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Pietà o disprezzo? di M. Cristina Paselli
Una società ripiegata su se stessa, nella quale i poveri ed i deboli pagano un disinteresse comune.
 

Ogni giorno le cronache ci obbligano violentemente a “farci i fatti degli altri'' e il più delle volte siamo posti, senza  alcun potere, di fronte a tragedie che la nostra mente fatica anche solo a pensare, perché degne del peggior orrore e della più profonda pietà.

Quando si tratta di bambini uccisi, feriti, violentati o maltrattati non ci può essere alcuna attenuante per i carnefici, chiunque siano, alienati o disadattati, genitori o sconosciuti, a nessuno deve essere permesso colpire chi è debole e decidere per la sua vita.

Fin qui tutti d'accordo e nessuno sconto per chi viola la sacralità di un'esistenza  che cresce e che ha diritto di rispetto e di affezione totale.
Pensiamo ora per un attimo alla madre di Gela, ad una donna ancor giovane, sola, abbandonata dal marito, almeno così si legge, senza lavoro quindi senza aiuto nella sopravvivenza del quotidiano, con due bimbi piccoli, autistici.

Vorrei fare una piccola riflessione insieme ai lettori di Dols su due condizioni, la prima quella delle tante persone sole, disperate, magari con figli che, dopo le separazioni o gli abbandoni, sono nella maggior parte,  a carico delle madri, in ogni senso.

Madri che nelle grandi città o nei piccoli centri della provincia non hanno dove e a chi rivolgersi per trovare aiuto alla loro condizione di solitudine per riequilibrare o risolvere  una disperazione fatta di paure, ansie per il futuro e mancanze quotidiane.
Una solitudine acuita sempre più dalla paura del diverso, dell'imbroglio, della malvagità degli “altri''.
A ciò si aggiunga il bisogno esasperato di essere normali, accettati, ammirati, per ottenere il rispetto e l'amore degli altri, la non accettazione del diversamente abile, di chi ha modi “diversi'' dell'esistere e che ha comunque diritto ad un suo cammino che può rivelarsi felice.
La seconda condizione è su questa società che vive sempre più  di apparenza, di ipocrisia della forma, di finzione di felicità dove “l'essere'' gode di molta minor considerazione rispetto all' avere'' dove si ha paura ad ammettere i propri fallimenti e soprattutto si teme il ricominciare da capo, preferendo a ciò una mediocrità non appagante.
Società questa nella quale accade che  giovani donne, alla maggiore età, chiedano come regalo a genitori, ahimé consenzienti, un  intervento di mastoplastica additiva, per somigliare sempre di più a modelli vuoti di donne plasticate invece di dedicarsi a potenziare la propria evoluzione personale, alla scoperta delle diversità profonde tra gli esseri.
Quando si è troppo ripiegati su se stessi e non si regala un po' del proprio tempo e della propria energia ad altri  non si può divenire civili o altruisti, ma si alimenta un modo nel quale i poveri e deboli  esseri senza protezione pagano, con la loro vita, un disinteresse comune.
io non ci sto: per una tv libera dagli stereotipi
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