Emma Chiaia di Vitafelice.it
Per molte persone, e
soprattutto per le donne, è un’arte difficile.
Dovrebbe essere naturale prendersi cura di sé e dei propri bisogni, darsi
da fare per soddisfare le proprie esigenze… Eppure spesso molti condizionamenti
ce lo impediscono.
Scopriamo insieme perché spesso ci trascuriamo e come ritrovare
la strada che ci porta a noi stesse.
Troppi impegni
Non è facile ritagliarsi del tempo e delle energie per sé stesse, per donne
che spesso sono contemporaneamente mogli, madri, lavoratrici o professioniste…
Una donna nel pieno della sua vita è presa da mille cose.
Eppure spesso si esagera. Ci si carica di impegni che non sono sempre così
necessari. Ci si dimentica di delegare. Si affronta tutto e
subito, come se la vita non avesse un domani, dimenticando le proprie priorità e
prendendo di vista le proprie esigenze profonde.
Si pretende di controllare tutto, sin nei minimi dettagli (smarrendo però
la prospettiva generale della propria vita). E ci si lascia condizionare dalle
aspettative degli altri! Come conclusione, può succedere di trovarsi oberate di
impegni, con la sensazione di non farcela più, di non poter rilassarsi, e
neppure pensare…
Perché accade tutto questo?
1) Il modello maschile (esagerato)
Per molte donne, il lavoro ha un valore quasi di “riscatto''. Terrorizzate
all’idea di diventare come le proprie madri, dipendenti dal marito, prive di una
propria realizzazione fuori casa, si buttano anima e corpo nell’impegno
professionale, nella cosiddetta “carriera. E’ una spinta comprensibile, in una
fase di transizione in cui le donne hanno conquistato il loro posto nel mondo
del lavoro, ma non sono ancora riuscite a condizionarne le logiche.
E dunque c’è chi si adegua a valori maschili: la competitività,
lo sforzo di fare carriera, l’idea che, se non si dà il massimo, ci sarà sempre
qualcuno pronto a spintonarci…
Effettivamente non è facile contrastare questo modello: ancora oggi, sul
lavoro a una donna viene spesso richiesto di dimostrare di essere brava, mentre
magari le capacità di un collega uomo di pari grado vengono date maggiormente
per scontate. Ancora oggi si dà maggior valore al presenzialismo (vedi
disponibilità a straordinari o a riunioni-fiume che finiscono a ore impossibili
per chi ha una famiglia da seguire) che non alla sensibilità, all’intuizione,
alla creatività (molte dipendenti rendono più dei colleghi, anche se non si
trattengono mai oltre l’orario di lavoro).
Diverse donne dunque vedono nell’essere prese da mille impegni lavorativi,
e nel vivere una professione che richiede tanti sacrifici, una conferma del
proprio valore.
E non sbagliano. Però forse esagerano: e infatti qualcuna, crescendo,
inizia a vivere la professione con meno accanimento, più relax, più sicurezza in
se stessa. E scopre che, magari, stressandosi di meno, paradossalmente ottiene
anche di più…
2) Il modello femminile (distorto)
Per qualcuna, l’eccesso di impegno non viene dal lavoro, ma
dalla famiglia. Ci sono donne che si caricano di incombenze perché
credono che spetti loro di prendersi cura, in modo esagerato, delle esigenze
delle persone che stanno loro a cuore.
Anche questa tendenza viene da un
passato che non è poi troppo lontano: solo pochi decenni fa, era considerato
ovvio che la moglie fosse a disposizione del marito e dei figli… Tuttavia, anche
se il prendersi cura degli altri fa parte del tradizionale ruolo femminile, c’è
chi eccede, e distorce questo atteggiamento.
Non è davvero necessario oggi che una donna serva in tutto e per tutto un
marito incapace di cuocersi da solo anche due uova al tegamino, oppure che si
trasformi in autista e cameriera per figli viziatissimi. Eppure qualcuna lo fa:
perché è stata educata così, perché crede che gli altri si aspettino questo da
lei, perché non osa pensare cosa accadrebbe se smettesse. Ma anche,
a volte, perché prendersi cura esageratamente degli altri è un modo
di controllarli, di essere presente nelle loro vite, di chiedere l’amore con il
ricatto affettivo…
3) La fuga da sé
Ma ci sono anche donne che si caricano di troppi impegni semplicemente
dichiarandosi “vittime'' di circostanze esteriori, che le “obbligano'' a
correre, darsi da fare, prodigarsi incessantemente, sempre rivolte all’esterno,
senza mai il tempo di ascoltarsi.
Ma è davvero così? Scavando nella vita di queste persone, si scopre il più
delle volte che le necessità economiche che sembrano imporre ritmi lavorativi
stressanti non sono poi così impellenti, che le richieste familiari potrebbero
essere gestite diversamente, che farsi aiutare non sarebbe così tragico.
Ma in molti casi, il sobbarcarsi mille impegni rappresenta un
modo ideale di fuggire da sé, di evitare proprio quel contatto che a parole si
invoca.
Cosa accadrebbe, infatti, se ci fosse la
possibilità di ascoltare davvero i propri sentimenti? Cosa succederebbe se ci
fosse la possibilità di vivere facendo davvero quello che si desidera?
Il timore – qualche volta inconsapevole - di molte persone è che a questo
punto si dovrebbero affrontare sentimenti sino a quel momento sepolti: tra di
essi ci potrebbero essere depressione, tristezza, insoddisfazione. Si dovrebbe
ammettere che nella propria vita ci sono cose che non vanno (primo passo
necessario per poterle risolvere).
Oppure si scoprirebbe il vuoto: dopo tanto tempo in cui manca il contatto
con se stesse, non è facile riprenderlo dall’oggi al domani. Stare ferme, senza
correre, senza fare niente, può allora apparire una prospettiva
spaventosa.
Si ringrazia per la consulenza la dott. Anna Finocchietti,
psicoterapeuta di Firenze.
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