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Cronache dalla spiaggia di Cristina Obber
In spiaggia la vita e' tutta un gioco....e guai a farlo diventare realta'.
Non so se ne abbia parlato il TG1, ma l’argomento meduse tiene banco sotto gli ombrelloni.
Il leopardato tira sempre (misteri!) mentre tra le over-60 spopolano le strass, su borse e costumi.
Il topless lo indosso solo io
, e mi sento antica come le pagine del libro che sto leggendo e i suoi ragazzi che stanno per affrontare l’inverno russo del ‘42.
Le bambine sfoggiano micro bikini ed accessori hello kitty, tavola da surf compresa, mentre i muscoli di certi maci mi mettono paura.
Una mia coetanea sta spiegando che si è alzata alle sette per non saltare la sua ora di ginnastica mattutina.
Sarà per quello che sta fissa in piedi; i risultati si vedono, ma se nessuno se ne accorge che gusto c’è?
Le tette potrebbero esser di plastica, ma lei sembra felice, anche se lievemente ansiosa, perché mentre parla si guarda sempre intorno.
Da intorno mi giunge l’eco di una conversazione tra maschi. Dal vento affiorano vocaboli come sceicco, durezza, strategia. Tendo l’orecchio per qualche news sul medioriente, poi sento chiaramente il nome di Cacà...
Un gruppo che alloggia nel recidence dietro la spiaggia azzarda pronostici sulle porzioni della cena, forse più generose della sera prima che le ha viste meno abbondanti (il giudizio è unanime) della sera precedente.
Alla mia sinistra due bambine di circa cinque e sette anni iniziano a giocare a mamma che prepara la torta alla figlia piccola.
-Fate due torte! – esclama la luccicante nonna dalla sdraio – così poi io alla più buona dò un premio.
Le piccole spiegano alla nonna che non si tratta di una gara e che la bambina per finta è troppo piccola per poter fare una torta. La nonna non demorde e propone loro di giocare alle due sorelle che fanno la torta.
Le bambine insistono: la più piccola vuole fare la mamma, la più grande l’infante. Insiste anche la nonna:
-Allora giocate alle concorrenti! –
Mentre cerco di assolvere la Clerici le nipoti hanno la meglio e riprendono a giocare a mamma casetta. Il nonno incassa con nonchalance il brontolio della consorte.
Mi viene in mente il condominio dove abito, che mi deve quantificare i danni che le ruote della bicicletta di mio figlio hanno arrecato al vialetto, lasciando delle insopportabili tracce nere.
E mi viene in mente il complesso residenziale dei miei amici, con uno splendido parco tra ortensie, ninfee ed erba verde che però i piccoli non possono calpestare perché al gioco è riservata un’apposita area, delimitata e limitata, e guai a chi oltrepassa i confini. Agli adulti il prato piace intonso e vuoto. Forse rassicura. Niente buche, niente tracce di ginocchia sbucciate o lotte, di rincorse a perdifiato e di scivoloni per tana libera tutti. I bambini sono autorizzati ad un gioco garbato, contenuto e contenitivo.
Conteniamo le urla, le grida, le corse, conteniamo la gioia sfrenata, la spensieratezza. Conteniamo la fantasia.
Cresciamo figli silenziosi, che non disturbino i vicini.
Cresciamo figli che utilizzano la fantasia degli altri, ben compressa in sofisticate console.
Per rimproverarli poi a vent’anni di non essere autonomi e creativi, quando ci accorgiamo che una generazione senza fantasia si spegne.
Il gioco non è soltanto movimento, e non c’è spazio per la fantasia in un corso di nuoto o una lezione di danza.
Coltiviamo erba per contemplarla anziché calpestarla a piedi nudi, dimenticando che la natura è la prima madre, la prima fonte di emozione.
Io mi emoziono adesso, con i piedi nella sabbia, le diverse gradazioni del turchese, il sole sulla pelle.
Poso il libro, smetto di ascoltare e mi concedo del tempo per la fantasia.
Proprio come quando, da piccola, osservavo le montagne o camminavo nell'erba alta, nei campi, tra i fiori.
Lasciamo giocare i nostri bambini come a noi è stato concesso.
E se in spiaggia vogliono fare mamma casetta, assaggiamo la torta di sabbia, per finta.
Se lo facciamo.
 
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