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Mille ragioni per dire No di Cristina Obber
L'esperienza dovrebbe insegnare. Da Chernobyl a Fukushima le donne ed i figli...
Circa dieci anni fa, per quattro estati consecutive, ho ospitato una bambina bielorussa, nata e cresciuta in un villaggio contadino a pochi chilometri da Chernobyl. Dicono i medici che anche un soggiorno di un mese respirando aria italiana può giovare alla salute di questi bambini, e il meglio poco che niente'' ha un suo perché.

Giocava, Yulia, con le mie figlie, ma a lei bastava una corsa per cominciare a tossire, bastava giocare a nascondino per passare la notte a latte, miele e sciroppo. Quando sudava non le si arrossavano solo le gote, ma la faccia intera, rotonda, prima rossa e poi viola. E con quegli occhi azzurro chiaro e la chioma scura scomposta, pareva un pupazzo dei cartoni animati.

Era venuta in Italia con un gruppo di bambini, accompagnati da una maestra e da un’interprete di 25 anni, Tania.
Anche Tania aveva occhi azzurri, un corpo esile, un’ innata dolcezza. E paura. Sì, paura. Un timore che mi raccontò con pudore una sera, dopo cena, sul divano, mentre le bambine giocavano in camera.
La sua generazione era sotto osservazione. Una generazione di femmine, di giovani donne che presto sarebbero diventate madri.
Lo stato stava aspettando che la sua pancia crescesse e che lei mettesse al mondo un figlio, per capire quali effetti sullo sviluppo di quelle che allora erano bambine avesse avuto le radiazioni nucleari. Come si erano formati i loro uteri? Come si erano sviluppate le loro ghiandole? Tania rappresentava la prima generazione pronta a partorire dopo il disastro di Chernobyl.

Mi raccontò delle sue titubanze ad immaginarsi madre e lo fece con delicatezza, alzando spesso le spalle mentre parlava, come quando non dipende da noi ciò che sarà, e non ci resta che stare a guardare, e intanto procastinare, consci che ciò che ci aspetta potrebbe non piacerci. Mi disse anche che mentre tutto il mondo sapeva, i contadini dei villaggi più arretrati furono lasciati all’oscuro di quanto accaduto per due settimane, per non creare allarmismi, mentre loro mangiavano l’insalata e le patate che continuavano a coltivare, continuavano a bere il latte delle loro mucche che su quella terra contaminata pascolavano.

L’anno scorso, in libreria, ho avuto modo di chiedere a Margherita Hack come possiamo immaginare, soprattutto nel nostro paese, che il business nucleare possa rimanere immune dal cancro della corruzione, delle speculazioni sui materiali in fase di costruzione e di messa in sicurezza, dallo smaltimento occulto delle scorie.
Nemmeno lei, arroccata sulle motivazioni economico-energetiche, ha saputo darmi una risposta migliore di un atto di fede, di buon auspicio sul prevalere del buon senso e degli adeguati controlli.
Francamente, un po’ poco.

Dopo la catastrofe giapponese, tutti a dire che si tratta di eventi “epocali'', inimmaginabili. Forse varrebbe la pena per tecnici ed ingegneri di cominciare a spremere di più la fantasia, a sviluppare la creatività della parte sinistra del cervello. Magari organizzando qualche simposio ad Hollywood, da dove escono tante idee su come stupire l’uomo con straordinari eventi.

Dicono anche che la centrale di Fukushima era vecchia di 40 anni, che la sicurezza oggi sarebbe assoluta.
Tra 40 anni direbbero la stessa cosa di una centrale costruita oggi, e quindi quella della sicurezza assoluta mi pare una bufala,
per tornare alla mozzarella, alla diossina, al pressapochismo che ci contraddistingue.

Mi dicono di non lasciarmi condizionare dall’emozione che mi suscitano le immagini dal Giappone.
Allora io obbedisco, e non ci penso al Giappone.

Penso a 10 anni fa, penso a Yulia che non poteva saltare la corda senza tossire, alla sua impazienza di bambina quando la fermavo per asciugarle il sudore, al suo sorriso supplichevole di lasciarla giocare ancora 5 minuti. E penso a Tania, che guardava negli occhi il suo ragazzo. Mi sembra di vederli, quei loro occhi, smarrirsi l’uno nell’altra frenando il desiderio di dare al mondo un figlio.

L’ho elaborata quell’emozione, l’ho sopita.
Ma a me questo basta, ancora, per dire NO al nucleare.
io non ci sto: per una tv libera dagli stereotipi
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