Circa dieci anni fa, per quattro estati consecutive, ho ospitato una
bambina bielorussa, nata e cresciuta in un villaggio contadino a pochi
chilometri da Chernobyl. Dicono i medici che anche un soggiorno di un mese
respirando aria italiana può giovare alla salute di questi bambini, e il meglio
poco che niente'' ha un suo perché.
Giocava, Yulia, con le mie figlie, ma
a lei bastava una corsa per cominciare a tossire, bastava giocare a nascondino
per passare la notte a latte, miele e sciroppo. Quando sudava non le si
arrossavano solo le gote, ma la faccia intera, rotonda, prima rossa e poi viola.
E con quegli occhi azzurro chiaro e la chioma scura scomposta, pareva un pupazzo
dei cartoni animati.
Era venuta in Italia con un gruppo di bambini,
accompagnati da una maestra e da un’interprete di 25 anni, Tania. Anche Tania
aveva occhi azzurri, un corpo esile, un’ innata dolcezza. E paura. Sì, paura. Un
timore che mi raccontò con pudore una sera, dopo cena, sul divano, mentre le
bambine giocavano in camera. La sua generazione era sotto
osservazione. Una generazione di femmine, di giovani donne che presto
sarebbero diventate madri. Lo stato stava aspettando che la sua pancia
crescesse e che lei mettesse al mondo un figlio, per capire quali effetti sullo
sviluppo di quelle che allora erano bambine avesse avuto le radiazioni nucleari.
Come si erano formati i loro uteri? Come si erano sviluppate le loro
ghiandole? Tania rappresentava la prima generazione pronta a partorire
dopo il disastro di Chernobyl.
Mi raccontò delle sue titubanze
ad immaginarsi madre e lo fece con delicatezza, alzando spesso le spalle mentre
parlava, come quando non dipende da noi ciò che sarà, e non ci resta che stare a
guardare, e intanto procastinare, consci che ciò che ci aspetta potrebbe non
piacerci. Mi disse anche che mentre tutto il mondo sapeva, i contadini dei
villaggi più arretrati furono lasciati all’oscuro di quanto accaduto per due
settimane, per non creare allarmismi, mentre loro mangiavano l’insalata e le
patate che continuavano a coltivare, continuavano a bere il latte delle loro
mucche che su quella terra contaminata pascolavano.
L’anno scorso, in
libreria, ho avuto modo di chiedere a Margherita Hack come possiamo immaginare,
soprattutto nel nostro paese, che il business nucleare possa rimanere
immune dal cancro della corruzione, delle speculazioni sui materiali in
fase di costruzione e di messa in sicurezza, dallo smaltimento occulto delle
scorie. Nemmeno lei, arroccata sulle motivazioni economico-energetiche, ha
saputo darmi una risposta migliore di un atto di fede, di buon auspicio sul
prevalere del buon senso e degli adeguati controlli. Francamente, un po’
poco.
Dopo la catastrofe giapponese, tutti a dire che si tratta di eventi
“epocali'', inimmaginabili. Forse varrebbe la pena per tecnici ed ingegneri di
cominciare a spremere di più la fantasia, a sviluppare la creatività della parte
sinistra del cervello. Magari organizzando qualche simposio ad Hollywood, da
dove escono tante idee su come stupire l’uomo con straordinari
eventi.
Dicono anche che la centrale di Fukushima era vecchia di 40 anni,
che la sicurezza oggi sarebbe assoluta. Tra 40 anni direbbero la stessa cosa
di una centrale costruita oggi, e quindi quella della sicurezza assoluta
mi pare una bufala, per tornare alla mozzarella, alla diossina, al
pressapochismo che ci contraddistingue.
Mi dicono di non
lasciarmi condizionare dall’emozione che mi suscitano le immagini dal
Giappone. Allora io obbedisco, e non ci penso al
Giappone.
Penso a 10 anni fa, penso a Yulia che non poteva saltare la
corda senza tossire, alla sua impazienza di bambina quando la fermavo per
asciugarle il sudore, al suo sorriso supplichevole di lasciarla giocare ancora 5
minuti. E penso a Tania, che guardava negli occhi il suo ragazzo. Mi sembra di
vederli, quei loro occhi, smarrirsi l’uno nell’altra frenando il desiderio di
dare al mondo un figlio.
L’ho elaborata quell’emozione, l’ho
sopita. Ma a me questo basta, ancora, per dire NO al
nucleare. |