Non scendo in piazza perché sono contro le strumentalizzazioni: è la scusa
debole, come la pioggia che scendeva sulle migliaia di persone che avevo
intorno, di chi non c’era.
Perché chi c’era ha respirato una
manifestazione senza bandiere, tra persone coscienti, attente, serene
ma determinate nel voler ascoltare e ribadire che questo paese è “altro e vuole
“altro. Una manifestazione sociale, nata dall’idea di un gruppo di donne al
di fuori della politica, che sul palco non ha fatto salire i candidati presenti,
proprio per mantenere fede ai patti con chi ha accolto un invito che parlava
chiaro. Parole d’ordine dignità, rispetto, equilibrio. Parole scandite
alla presenza di tantissimi uomini, evidentemente non tutti pronti a sbavare per
una minorenne in bikini perché diversamente impegnati ad utilizzare la propria
virilità e la propria intelligenza. Se anche le suore sono scese in piazza,
non si può semplificare quanto accaduto con una rimpatriata tra
sessantottini. Era una piazza eterogenea quella di Milano,
multigenerazionale, multietnica e persino multiaccessoriata perché ha raccolto
sotto lo stesso ombrello cappelli di pelliccia e kefie, borse griffate e
zainetti di cuoio. Una piazza allergica agli insulti, diligente, educata,
comunque ottimista ma orfana di riferimenti istituzionali, affamata di etica e
pudore.
Un pudore che parla di buon senso, decoro, decenza, che nulla
hanno a che fare con l’essere bacchettoni, espressione che qualche misero
tentativo di depistaggio, peraltro miseramente fallito, ha tirato in ballo.
E nemmeno con il giudicare altre donne, libere di prostituirsi purchè questo
mestiere non diventi il tirocinio per occupare poltrone da noi tutti retribuite
sulle quali si deliberano le scelte che noi tutti riguardano, in materia di
economia, scuola, salute eccetera eccetera.
E allora a chi non c’era
perché non lo ha voluto, dico che si è sbagliato. E siccome soltanto gli
sciocchi non cambiano mai idea, lo invito a rivedere la propria
intransigenza e a partecipare al prossimo appuntamento; vorrei un 8
marzo diverso, un 8 marzo di incontro, di riavvicinamento tra donne divise da
una politica che ci ha ridotte ad uno stadio, e ci vede contrapposte in una
guerra tra povere che permette a chi ha le redini di strumentalizzarci senza
fatica. Se è vero che la dignità non si acquisisce in piazza ma si porta da
casa, è vero anche che nel condividerla ne si amplificano la forza e l’efficacia
a beneficio di tutta la collettività.
L’8 marzo condividiamo la
nostra generosità e i nostri sorrisi. Di questo c’è bisogno, ora, e se non
ora, quando?
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